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La spiritualità oggi: dov’è? (Giuseppe La Torre)

 
Un’eloquente testimonianza personale sulla ricerca di Dio e sull’incontro con il mondo cristiano-orientale da parte di un cristiano non ortodosso.
 
Il monachesimo cristiano è espressione della spiritualità cristiana, e il monachesimo odierno non è altro che un ramo tardivo di quell’albero secolare piantato un tempo dai padri in Egitto nel III secolo il cui seme risale all’era apostolica, a coloro che (come Paolo vive e consiglia in I Cor 7, 32-34) “si facevano eunuchi in vista del regno dei cieli” (Mt 19, 12). Il Nuovo Testamento ci testimonia come già nell’era apostolica convivevano nel cristianesimo una corrente di itineranti celibi dediti alla preghiera e alla predicazione e, all’interno della comunità locale, donne e uomini dediti a un impegno spirituale più radicale. Il contesto era quello di vivere gli ultimi tempi e quindi dare poca considerazione ai beni di questo mondo, perché stava per finire. Senza l’attesa del ritorno del Signore non c’è ricerca appassionata, perché manca la motivazione che rende ogni cosa terrena provvisoria e la stessa vita come un viaggio verso casa. Immaginiamo un detenuto a cui inaspettatamente è annunciata la scarcerazione per il giorno dopo: ebbene, la sua libertà non comincerà “domani”.

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Il sentiero di Isaia: A quarant’anni dalla morte di Giorgio La Pira (Card. Gualtiero Bassetti)

 
Quarant’anni fa, moriva Giorgio La Pira: terziario domenicano e francescano, professore universitario di diritto romano e, soprattutto, un «mistico in politica» che in moltissimi, ancora oggi, a Firenze ricordano come il “sindaco santo”.
 
All’indomani, durante l’Angelus del 6 novembre, Paolo VI ricordò il «carissimo amico» — così il Papa gli si era rivolto nell’ultima lettera, di una copiosa corrispondenza, il 1° settembre — sottolineandone «la profonda fede cristiana» e la «molteplice se pure originale attività». L’originalità di La Pira risiedeva nel suo essere extra ordinem rispetto ai normali schemi politici. Una straordinarietà riconosciuta anche da Giovanni Paolo II quando, nel 2004, in occasione del centenario della nascita, lo definì come una «figura esemplare di laico cristiano» la cui vita è stata una «straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di unire la contemplazione e la preghiera all’attività sociale e amministrativa, con una predilezione per i poveri e i sofferenti».

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Per la chiesa è sempre tempo di riforma (Enzo Bianchi)

 
La riforma è azione per riportare alla forma canonica ciò che con il passare del tempo è stato oscurato, ferito o addirittura perduto: è azione di conversione, di ritorno
 
Nella nostra lettura della storia abbiamo sempre bisogno che ogni “svolta epocale” sia contrassegnata da una data, un luogo e un evento precisi e – qualora questi non siano sufficientemente definiti o significativi, li si colora di enfasi e di risvolti non sempre verificabili. Così il lento processo che conduce a una realtà non immaginabile fino a poco tempo prima si cristallizza in un punto preciso della storia fino a fargli assumere connotazioni leggendarie. È avvenuto così per la riforma protestante. È ormai opinione prevalente tra gli storici che l’immagine così nitida del monaco agostiniano Martino Lutero – che il mattino del 31 ottobre 1517 affigge sul portone della chiesa del castello di Wittenberg un foglio contenente 95 tesi – sia con ogni probabilità un evento mai avvenuto nelle modalità che l’iconografia classica ha descritto per secoli. Eppure oggi, a cinquecento anni esatti da quel giorno, ci ritroviamo giustamente a fare memoria di tutto ciò che quell’immagine racchiude: un profondo, sofferto desiderio di riforma evangelica dell’unica Chiesa di Dio.

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Léon Bloy, l’esagerato

 
 
Il 3 novembre di un secolo fa moriva lo scrittore francese 
 
«Bloy è una gargolla di cattedrale che vomita l’acqua del cielo su buoni e cattivi», scrisse Barbey d’Aurevilly. E quell’indiscriminato vomito celeste procurò a Léon Bloy (1846-1917) l’odio peloso dei suoi contemporanei, un odio così orgoglioso e ruggente che Bloy arrivò a chiedersi con sarcasmo «se non facesse parte dei diritti del cittadino». Per lui, ovviamente, era un odio ingiustificato; ma si sa già che a Bloy piaceva esagerare. E anche che era un uomo di angelica innocenza. Panflettista feroce, spietato polemista, censore implacabile di tutte le piaghe sociali, Léon Bloy è come un banco di prova. Chi ha il coraggio di leggere i suoi libri non reagisce con indifferenza o tiepidezza. Bloy ripugna o incanta, la sua scrittura non ammette compromessi, le sue parole di fuoco bruciano a tal punto il lettore sprovveduto da non lasciargli altra via d’uscita se non ardere di furore o di entusiasmo.
 

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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