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PAPI E IL DIALOGO, DAI “CERCHI” DI PAOLO VI AL “PRIMEREAR” DI FRANCESCO.

 
Gli ultimi papi hanno sviluppato il dialogo, apportando ciascuno un arricchimento, dovuto alla propria sensibilità e alle circostanze storiche.
 
Sono parole di speranza quelle di Mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale: «Dopo la visita di Papa Francesco, negli Emirati Arabi Uniti si respira un’aria diversa, la qualità dei rapporti tra cristiani e musulmani è migliorata: sono stati compiuti alcuni passi, piccoli ma significativi e promettenti» . Tutto questo è frutto del dialogo. Il Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana conferma che il dialogo occupa il posto centrale nelle relazioni umane per comprendersi, diffondere la cultura della tolleranza e dell’accettazione dell’altro e per ridurre i molteplici problemi che affliggono l’umanità. Tra i credenti in Dio il dialogo è un incontro sui valori comuni e il suo esercizio serve ad evitare «inutili discussioni».

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Diverse forme di Chiesa (Cettina Militello)

 
È giunto il tempo di fare spazio alta creatività dello Spirito che si dona informe diverse e disegna la realtà senza preoccuparsi di omologarla. Allora, perché non cogliere la figura inedita del poliedro come "segno dei tempi" per la Chiesa?
 
Detesto ogni forma di papolatria. E dunque se assumo come segno dei tempi un'espressione di Papa Francesco non è per plageria, tutt'altro! In effetti da un po' di tempo mi interrogo su "La Chiesa che verrà". La Sirt, l'associazione di cui per nove anni sono stata presidente, ne ha fatto il tema della sua ricerca per i prossimi anni e da qui a breve articolerà sul tema il secondo dei suoi seminari propedeutici (Mazara 26-30 luglio 2016). Ovviamente si tratta di ripensare la Chiesa, di ripensarne e risanarne le strutture oltre che le vive membra. E parlando di strutture, la prima e più immediata considerazione chiama in causa il molteplice accadimento ecclesiale.
 

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"Ogni povero è figlio di Dio, no intolleranza e razzismo"

 
Migranti, lettera dei vescovi del Lazio: "Ogni povero è figlio di Dio, no intolleranza e razzismo" - Il messaggio ai fedeli per la solennità di Pentecoste: "Tensioni sociali hanno raggiunto livelli preoccupanti"
 
"Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero - da qualunque paese, cultura, etnia provenga - è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un 'prima' o di un 'dopo' sulla base dell'appartenenza nazionale". Così i vescovi del Lazio in una lettera ai fedeli per la solennità di Pentecoste. "Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all'interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti", dicono: "Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi".
 

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Discepola · Camminare dietro le spalle di Cristo ·

 
Gesù ha dato alla Chiesa una forma discepolare 
 
Una delle problematiche importanti che la riflessione teologica ha affrontato negli ultimi decenni è quella della figura di Chiesa che Gesù avrebbe delineato: la forma di Chiesa voluta da Gesù non solo per quella del suo tempo, evidentemente, ma per quella di ogni tempo. A ben esaminare i Vangeli, una delle forme dominanti della Chiesa voluta da Gesù (e che vuole per tutti i tempi) è certamente la figura discepolare (cf. D. Bonhöffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2001). Gesù ha raccolto attorno a sé discepoli, li ha educati al Regno, li ha istituiti soggetti di Chiesa, cosicché questa è stata pensata non provvisoriamente, ma per sempre, come Chiesa di discepoli che in buona sostanza significa di imitatori e testimoni di Cristo (cf. Ch.M. Guillet, La Chiesa. Comunità di testimoni nella storia, Queriniana, Brescia 1990). 

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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