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QUALE USO DEL TABLET NELLA LITURGIA?

 
Da qualche tempo, si stanno diffondendo molti sussidi per la celebrazione della liturgia delle ore: app per tablet e cellulari, ma anche pubblicazioni mensili che ne riportano il testo mese per mese.
 
Mi chiedo, però, se questi strumenti possano sostituire il libro «classico», tanto nella preghiera personale quanto in quella comunitaria.   
RISPONDE DON SILVANO SIRBONI. La nostra generazione è inevitabilmente e grosso modo spaccata in due. Circa una metà appartiene all’epoca del cartaceo, l’altra metà è invece cresciuta nell’era digitale. I primi, quand’anche abbiano una qualche confidenza con i nuovi devices, sentono pur sempre un certo disagio. I secondi, invece, non sembrano avere alcuna difficoltà a usare questi strumenti; né sembra faccia loro alcun problema usarli anche nella preghiera. 
 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Febbraio 2018 15:25 )

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I pericoli dei social

 
«È un dato di fatto che le persone trascorrono sempre più tempo sui social media, e molti si chiedono giustamente se ci si connetta in rete in modo utile, oppure si consumino semplicemente aggiornamenti banali a scapito del tempo che si potrebbe dedicare ai propri cari». 
 
Comincia così un lungo articolo dal titolo «Domande difficili: passare il nostro tempo sui Social fa male?», scritto da David Ginsberg e Moira Burke, entrambi ricercatori di Facebook che rispondono a molte delle critiche sull’uso dei social emerse dal dibattito pubblico. Ma non è la prima volta che impiegati o ex impiegati del colosso californiano facciano un mezzo “outing” denunciando in qualche modo i limiti delle reti sociali. Già Sean Parker, fondatore di Napster ed ex presidente della multinazionale, aveva sostenuto che Facebook è strutturato per trarre vantaggio dalle fragilità psicologiche delle persone. Antonio Garcia-Martinez, ex manager di Facebook e autore di diversi saggi sull’argomento ha più volte ripetuto che l’azienda nasconde di proposito la sua reale abilità di condizionare le persone. Ginsberg e Burke fanno invece una analisi dei pregi e difetti dell’uso dei social partendo da diversi studi scientifici. 
 

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Paolo VI "il timoniere in mezzo alla tempesta"

 
"La Chiesa in uscita di Paolo VI" (Tau editrice) di Aldo Maria Valli
 
Se pensiamo ai papi e ai pontificati più recenti, a partire da Giovanni XXIII, viene facile accostare a ogni nome un aggettivo o una caratteristica. Per Roncalli è la bontà, per Giovanni Paolo I sono il sorriso e la mitezza, per Giovanni Paolo II il coraggio, per Benedetto XVI la sapienza teologica, per Francesco la misericordia e l’umiltà. Solo nel caso di Paolo VI si resta perplessi. Come catalogarlo, come descrivere la sua personalità, come sintetizzare il suo operato con un solo concetto o una sola espressione? Non si può. E questa difficoltà già dice qualcosa. Non è possibile incasellare Paolo VI, esattamente come non è possibile riassumere in un solo aggettivo il periodo storico complesso e poliedrico, al tempo stesso drammatico ed entusiasmante,nel quale fu chiamato  a governare la barca di Pietro.

 

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Lo straniero: diversità ed estraneità

 
ANCHE VOI UN TEMPO ERAVATE STRANIERI
 
Se ci accostiamo alla Scrittura per indagare sulle prerogative che connotano la figura dello straniero, ci imbattiamo subito nella vicenda storica di Israele, l’unico tra i popoli antichi che ha avuto la più alta considerazione della sua peculiarità, della originalità e specificità culturale della sua tradizione8. E questo non perché la Scrittura ne parli, elogiando questa nazione come superiore a tutte le altre o unica nei suoi privilegi, ma solo per il fatto che l’attenzione degli autori biblici si è incentrata essenzialmente sul significato di questa piccola nazione, della sua assoluta rilevanza nel contesto degli altri popoli e per i popoli stessi. Tutto questo porterebbe ad affermare che la Scrittura pone la diversità di Israele come valore, difendendone il senso della particolarità e facendone uno stimolo a riconoscere, a proteggere e ad amare colui che nella storia umana si presenta come diverso e come straniero. L’immagine che la Bibbia, pertanto, vuole comunicare, di fronte alla coscienza degli uomini, è proprio quella di Israele come figura emblematica dello straniero.

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