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Il vescovo Lorefice: «Siamo noi i predoni dell'Africa»

 
Discorso alla città pronunciato domenica sera dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice in occasione del Festino di Santa Rosalia.
 
Care Palermitane, Cari Palermitani,  è la sera della nostra festa, della festa di Palermo – la nostra Palermo – e il mio primo pensiero è quello di salutarvi con affetto: da padre, da fratello, da cittadino di questa Città, con voi e come voi. Benvenuti in questa piazza! Vengo qui a parlarvi da padre e da pastore, ma sento profondamente di essere sulla vostra stessa barca, toccato dai tanti dolori della nostra terra, in cerca come voi di speranza e di verità. Da questo punto di vista, il Festino deve rappresentare per noi un momento di gioia, di condivisione, ma non di evasione e di estraneazione dalla realtà. Non è tempo di dormire, ma di stare svegli! È tempo di guardare con gli occhi ben aperti a quelli che Papa Giovanni XXIII chiamava “i segni dei tempi”. Che cosa sono i segni dei tempi? Sono gli eventi della storia concreta delle donne e degli uomini d’oggi che ci parlano, ci chiamano ad un cambiamento, interpellano la Parola di Dio che delle nostre esistenze custodisce il senso e la speranza.
 

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Specchio di una cultura

 
Come è difficile morire nella nostra società!
 
Noi ormai siamo abituati al fatto che si nasce sempre meno, che la sterilità crescente, unita all’aumento dell’età delle donne che cercano di concepire un figlio, hanno reso difficile la procreazione. Avere un figlio per molte donne sta diventando un percorso a ostacoli, richiede cure ormonali, rapporti a scadenze prefissate, se non addirittura il passaggio all’ingegneria procreativa. Abbiamo capito che è difficile nascere, ma se stiamo bene attenti e guardiamo intorno a noi, per molti — almeno nei Paesi cosiddetti avanzati — è diventato difficile anche morire. Ce lo rivela un sintomo palese, che finora non si era mai presentato con tanta urgenza e forza: la richiesta di eutanasia.

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Osea 2. L'amore sino alla fine (Bruna Costacurta)

 
Leggendo il testo di Osea 2 ci troviamo davanti ad un amore che, da parte dell'uomo, non è segno di nulla, anzi è segno di infedeltà, e da parte di Dio manifesta, nel momento della crisi, la vera capacità dell'amore.
 
Il progetto di Dio sulla coppia viene disatteso dall'uomo e la coppia conosce l'elemento dell'infedeltà. Non faccio questo discorso soltanto per convincerci di una cosa ovvia, cioè che l'uomo non è poi così capace di amare per sempre come sembra; ma per vederlo da un altro punto di vista, come una specie di appello provocatorio su quello che deve essere l'amore che si rivela proprio nel momento in cui viene messo in crisi. Il Nuovo Testamento, nel discorso che porta a compimento la Rivelazione sull'uomo, dice che la coppia, lo sposo e la sposa, diventano segni dell'amore che Cristo ha per la sua Chiesa, segno dell'amore che Dio ha per gli uomini. La coppia dovrebbe amare come Dio ama, perché deve essere segno dell'amore di Dio. 

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Giovani «senza fede»? No, c'è una sete nuova

 
Speranza, altruismo, preghiera: dentro l'indifferenza c'è un segreto da cogliere
 
Il rapporto tra i giovani e la fede è, oggi più che mai, tema di attualità. Non solo per l’avvicinarsi del Sinodo ma anche perché i giovani e la fede stanno veramente a cuore a tutti noi. Per riflettere sul tema appare, però, utile evitare almeno un paio di errori tra i più comuni: pensare ai giovani senza considerarli all’interno dell’intero percorso della loro vita e, inoltre, separare la fede da un’interpretazione complessiva dell’esistenza. In entrambi i casi, ciò che è da temere è la frammentazione. Sul primo versante è utile ricordare che la giovinezza è, in realtà, soltanto un momento di un percorso più articolato e complesso. Ha, quindi, le caratteristiche, i pregi e i difetti di quel singolo momento. Non è l’intero.
 

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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