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Il cantore dell’imperfetta letizia

 
Luigi Santucci a cento anni dalla nascita ·
 
È entrato nella storia della letteratura italiana come uno dei più significativi narratori del secondo Novecento. Lo certificano libri memorabili come i romanzi In Australia con mio nonno (1947), Il velocifero (1963), Orfeo in paradiso, col quale vinse il premio Campiello (1967), Non sparate sui narcisi (1971), Come se (1973), Il mandragolo (1979), fino all’ultimo, emblematico già nel titolo, Éschaton, traguardo di un’anima (1999), che traccia un folgorante percorso interiore. Luigi Santucci — nato l’11 dicembre 1918 a Milano, città sfondo di molte sue opere dove morirà il 23 maggio 1999 — è uno scrittore la cui biografia, scarsa di eventi esteriori ed interiori, va cercata e ricostruita piuttosto in controluce dai suoi libri che esprimono se non proprio i fatti, gli ambienti, gli interessi e gli incontri che hanno alimentato il suo tempo umano. 
 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 11 Novembre 2018 05:20 )

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Non rubare (in ogni modo). Un comandamento da ripensare

 
«Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza»
 
Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre 2018 papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la Dottrina sociale della Chiesa parla di «destinazione universale dei beni» a significare che «i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano».

Ultimo aggiornamento ( Sabato 10 Novembre 2018 06:34 )

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La libertà dei profeti ci libera (Luigino Bruni)

 
Gli incontri che accendono vocazioni spirituali e civili
 
Le comunità e i movimenti generativi sono stati quelli che hanno messo le persone che li costituiscono nelle condizioni di ripetere, in varie forme, la stessa esperienza del fondatore. Gli stessi miracoli, la stessa libertà, gli stessi frutti. La storia del cristianesimo ne è eloquente dimostrazione: la fecondità dell’esperienza cristiana sono le migliaia di comunità e movimenti generati dalla stessa radice, che hanno rivissuto nel tempo e nello spazio le stesse esperienze dei primi tempi: pani che si moltiplicano, storpi che camminano, crocifissi che risorgono.

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Dall’Ecclesiam suam all’Evangelii nuntiandi

 
Paolo VI e la missione (di Franco Maria Brambilla)
 
Nel nome di Paolo, l’apostolo della missione. La canonizzazione di Paolo VI, il 14 ottobre scorso, è anche un invito, rivolto alla Chiesa universale, a riconsiderare “l’idea di missione” del Papa che ha portato a compimento il concilio Vaticano II. Accogliendo suggestioni, sintonie e punti d’incontro tra l’apostolo delle genti che fa compiere al cristianesimo il balzo verso l’Europa e il primo papa che fa i conti con la modernità, insieme eredità e sfida dell’incontro della fede cristiana con il mondo occidentale. Una rilettura che disegna come un arco che va dalla prima enciclica di Papa Montini, Ecclesiam suam, sino all’indimenticabile Evangelii nuntiandi: due testi dove brilla la passione apostolica, starei per dire “paolina”, del pontefice lombardo.

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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