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Roncalli considerava san Giuseppe «il miglior maestro e patrono dei diplomatici della Santa Sede»

 
Il 19 marzo 1961 con una lettera apostolica Giovanni XXIII affida a san Giuseppe il concilio Vaticano II ·
 
Grande era la devozione di Angelo Giuseppe Roncalli per san Giuseppe, padre discreto e sempre presente di Gesù. Allo stesso modo Giovanni XXIII, mite pastore, si sentiva padre della Chiesa e di tutti i suoi fedeli. Roncalli considerava san Giuseppe «il miglior maestro e patrono dei diplomatici della Santa Sede», perché sapeva obbedire e tacere, e quando occorreva parlare lo faceva con misura e garbo, caratteristiche proprie di un diplomatico. Questa convinzione — rivelata poi sulle pagine dell’Osservatore Romano del 20-21 marzo 1961 — la espresse nel 1925 al segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri, quando ricevette la notizia della sua nomina a visitatore apostolico in Bulgaria e la conseguente promozione a vescovo che sarebbe avvenuta proprio nella festa di san Giuseppe, il 19 marzo 1925.

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Dio nelle città · Le meditazioni conclusive dell’abate Gianni ·

 
Pronti a vivere in mezzo alle città degli uomini e stare dalla parte dei più deboli, senza paura dei «poteri forti», per costruire «la città di Dio» nonostante la storia ci proponga sanguinarie violenze, come la strage in Nuova Zelanda.
 
Perché l’unico «metro» per misurare ogni passo è la parola di Dio, ha suggerito dom Gianni venerdì mattina, 15 marzo, nell’ultima meditazione degli esercizi spirituali proposti al Papa e alla Curia romana nella Casa Divin Maestro ad Ariccia. Proprio per entrare subito nel cuore della quotidianità della città degli uomini — che è fatta anche, come scrive lucidamente e poeticamente Mario Luzi, di «infamia, di sangue, di indifferenza» — il predicatore ha ricordato il giorno di terrore vissuto in Nuova Zelanda, con il grave atto di violenza contro due moschee che ha causato la morte di almeno 49 persone. 
 

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La chiave per superare la crisi

 
Fraternità: La parola dell'anno 
 
 
Ci sono ragioni molto precise che spiegano perché la fraternità é il termine dimenticato della triade proposta dalla rivoluzione francese, momento drammatico e fondativo delle mondo moderno. Ragioni che aiutano a cogliere alcune delle contraddizioni con le quali le società contemporanee si trovano a dover fare i conti, senza peraltro avere le idee chiare su come superare le difficoltà che stanno incontrando. Fraternità ha due dimensioni fondamentali. La prima riguarda una comunanza di origine e di destino che tende verso il polo della universalità. Ci si può riconoscere come fratelli se si riconosce che c’è qualcosa che ci accomuna e che ci permette di ricomporre le differenze che rischiano sempre di diventare divisive. Nella fede cristiana, la paternità di Dio.

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MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 56ª GIORNATA DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI 19

 
Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio
 
Cari fratelli e sorelle,dopo aver vissuto, nell’ottobre scorso, l’esperienza vivace e feconda del Sinodo dedicato ai giovani, abbiamo da poco celebrato a Panamá la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù. Due grandi appuntamenti, che hanno permesso alla Chiesa di porgere l’orecchio alla voce dello Spirito e anche alla vita dei giovani, ai loro interrogativi, alle stanchezze che li appesantiscono e alle speranze che li abitano. Proprio riprendendo quanto ho avuto modo di condividere con i giovani a Panamá, in questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni vorrei riflettere su come la chiamata del Signore ci rende portatori di una promessa e, nello stesso tempo, ci chiede il coraggio di rischiare con Lui e per Lui.
 

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