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Cristo Re, identikit della festa che chiude l'anno liturgico

 
È la solennità che celebra la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose e al quale tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti. Fu introdotta da papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno
 
È poco noto e, forse, un po’ dimenticato. Non appena elevato al soglio pontificio, nel 1922, Pio XI condannò in primo luogo esplicitamente il liberalismo “cattolico” nella sua enciclica “Ubi arcano Dei”. Egli comprese, però, che una disapprovazione in un’enciclica non sarebbe valsa a molto, visto che il popolo cristiano non leggeva i messaggi papali. Il Pontefice pensò allora che il miglior modo di istruirlo fosse quello di utilizzare la liturgia. Di qui l’origine della “Quas primas”, nella quale egli dimostrava che la regalità di Cristo implicava (ed implica) necessariamente il dovere per i cattolici di fare quanto in loro potere per tendere verso l’ideale dello Stato cattolico: “Accelerare e affrettare questo ritorno [alla regalità sociale di Cristo] coll’azione e coll’opera loro, sarebbe dovere dei cattolici”.

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Saper vedere · Le «Epifanie» di Francesco Astiaso Garcia ·

 
Da sant’Agostino a Dostoevskji s’impone la commossa celebrazione della bellezza quale valore fondante della spiritualità dell’uomo e della civiltà universale.
 
Il monaco di Ippona parlava della Bellezza «sempre antica e sempre nuova», lo scrittore russo sentenziava che la bellezza, solo essa, potrà salvare il mondo. È da questo sentire che trae ispirazione e alimento l’opera dell’italo-spagnolo Francesco Astiaso Garcia, pluripremiato pittore, fotografo e scultore (nel 2015 ha ricevuto il premio internazionale “Giovanni Paolo I”, assegnato a personalità distintesi nei vari campi del sapere per la loro testimonianza cristiana e per il nobile impegno nel sociale). Di quel sentire è espressione esemplare il suo libro Epifanie, promosso — fatto ben significativo — dalla Fondazione internazionale Padre Matteo Ricci, con l’auspicio che tale volume, in italiano e in cinese, favorisca «un incontro fecondo» tra Cina ed Europa.

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 15 Novembre 2019 21:08 )

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È argento il nome dell'Arca (Luigino Bruni)

 
Rabbi Schmelke disse: "Il povero dà al ricco più che il ricco non dia al povero. E più che il povero del ricco, è il ricco che ha bisogno del povero" (Martin Buber, Storie e leggende chassidiche)
 
La fiducia nell’onestà delle gente che ci circonda è una risorsa essenziale di ogni economia e società. Quando l’ipotesi di onestà degli altri – che i giuristi chiamano buona fede – ispira i nostri rapporti, l’economia migliora insieme al nostro benessere. Senza questa premessa di onestà sono la diffidenza e il pessimismo antropologico a infestare i nostri luoghi di lavoro e di vita. Nessun management può essere sussidiario – affidare cioè la responsabilità delle scelte a chi si trova più vicino al lavoro da svolgere – se non siamo capaci di pensare bene degli altri fino a evidente (e reiterata) prova contraria. La benevolenza, pensare bene degli altri, è la radice della fiducia. Valorizza i lavoratori, li fa sentire stimati, rafforza la fiducia nelle organizzazioni e quindi migliora l’efficacia e l’efficienza della gestione.

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Anatomia di un crollo (muro di Berlino)

 
Una complessa trama di coincidenze ha indebolito un impero che sembrava inattaccabile
 
Imprevedibilmente trent’anni fa crollava il muro di Berlino (eretto nel 1961); con esso cadde un sistema politico, che nel nome di Marx e di Lenin, era diventato una super-potenza mondiale, che con un regime poliziesco violava la dignità e la libertà dei cittadini e sosteneva apertamente l’ateismo. Per capire l’importanza del crollo dell’impero sovietico, di cui la caduta del muro di Berlino è l’evento simbolo, dobbiamo ritornare con la mente alla situazione europea a partire dal 1945 in poi.
 

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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